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Memorie - Collettiva fotografi - Associazione Culturale Galleria Papini

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Memorie - Collettiva fotografi

Mostre > 2026
     
MEMORIE
Mostra fotografica soci
 
SILVIA BRESCHI, ROSELLA CENTANNI, MARIA FERRAIOLI, SAURO MARINI, ALDO MOGLIE, SANG-HEE PIERCECCHI, TIZIANA TORCOLETTI, EMILIO VENDRAMIN

07 – 22 Febbraio 2026
Sabato 7 Febbraio 2026 ore 18.00
Orario mostra: dal giovedì alla domenica 17.30-19.30
 
Testo critico e Presentazione di Marco Tarsetti

 
La memoria è la base dell’identità, e le fotografie sono ormai un aspetto integrante della nostra memoria, sia personale che collettiva.
Riflettendo su questo tema, ci rendiamo presto conto di come la memoria sia la struttura intorno a cui si costruisce la nostra personalità: partendo dai mattoni più piccoli, che chiamiamo ricordi, questi giorno dopo giorno costruiscono l’intera impalcatura della nostra persona, privata e sociale. Dopo la nascita impariamo a fare le cose attraverso la memoria di ciò che apprendiamo dai genitori e chi per loro: è il ricordo di qualcosa che consente di imparare a farla, per poi riprodurla – o cambiarla.
Il valore della memoria è questo: non va mai pensata come qualcosa di costringente ma come punto di partenza, da tramandare e trasformare per evolvere.
La fotografia è per eccellenza il mezzo con cui la memoria si mantiene limpida: nelle fotografie viene racchiuso – immortalato, si dice – un momento che nell’attimo dello scatto viene consegnato al futuro.
Guardare una foto aiuta a far riaffiorare alla mente ciò che vi è rappresentato, a rinverdire il ricordo: volti, colori, atmosfere… Guardare una foto significa rivedere – dunque rivivere nella mente – qualcosa che è stato e non è più: grazie alla fotografia i nostri ricordi tornano vividi, poiché nelle fotografie restano tutti i dettagli di un istante che altrimenti sarebbero destinati a perdersi nell’oblio del tempo.
E c’è di più: le fotografie mostrano ciò che è stato e permettono dunque a chi non c’era di vedere qualcosa che non c’è più e farlo proprio, creando una memoria visiva e collettiva di momenti che pur non vissuti entrano a far parte della nostra memoria e dunque dell’identità.
In questo senso la memoria, e con essa la fotografia, travalica il confine da ricordo privato a pubblica testimonianza.
La memoria infatti non riguarda soltanto il ricordo di fatti privati, ma anche il testimoniare e tramandare i fatti della storia: la fotografia è da quasi due secoli il mezzo che meglio consente di farlo. Senza impantanarsi nella densa diatriba sulla presunta oggettività della fotografia, resta comunque la sovrapposizione ontologica tra memoria e fotografia: l’una e l’altra consentono la trasmissione del ricordo e con esso della conoscenza.
Se come dicevamo la memoria privata consente di costruire l’identità personale, la memoria collettiva costruisce l’identità di un popolo: in entrambi i casi la fotografia permette di custodire tali memorie e mantenerle vive.
Per la memoria privata il ricordo è intimo e sentimentale: qui la fotografia è rievocazione visuale di qualcosa o qualcuno che non c’è più, memoria per chi ha vissuto e testimonianza per chi non c’era.
Per la memoria collettiva il ricordo è necessità: qui la fotografia è testimonianza per tutti, e monito quando i fatti che racconta sono gli orrori della storia.
In un’epoca dove la fotografia ci sommerge con un diluvio di immagini irrilevanti ma la memoria si perde, questo aspetto è vitale. Proprio i fatti tragici della storia, quelli che vorremmo dimenticare, sono in realtà quelli che è più importante ricordare: l’umanità dimostra di non imparare nulla dagli sbagli della Storia, ma solo la memoria ci permette di non commettere gli stessi errori. La fotografia fa vedere a chi non c’era ciò che è stato, e che non deve essere mai più.
La collettiva di quest’anno dei fotografi della Galleria Papini esplora proprio il tema della memoria nel lavoro dei soci e delle socie, muovendosi tra testimonianze private e collettive, memoria personale e memoria storica.
Ci sono fotografie che indagano il ricordo di sé, dei propri cari, la memoria come spazio visivo di vita vissuta; altre che riportano memorie sociali perdute, come la mezzadria, o la Memoria di quei fatti tragici di cui sopra – l’Olocausto, le guerre – come monito a migliorare ricordando.
La fotografia in ogni caso diventa l’incarnazione stessa della memoria, perché in effetti memoria e fotografia fanno qualcosa di essenzialmente molto simile: prendono un istante della storia, o della Storia, e lo consegnano all’eternità.
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