Orizzonti
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ORIZZONTI
Mostra di VALERIO VALERI
Mostra di VALERIO VALERI
28
Novembre
– 28
Dicembre 2025
Venerdì
28
Novembre
ore 18.00
Orario
mostra:
dal
giovedì
alla
domenica
17.30-19.30
(chiuso
il 24-25-26
dicembre)
Con
questa mostra la Galleria Papini darà in omaggio un’opera
dell’artista VALERIO VALERI, a tutti coloro che si iscriveranno
come soci sostenitori per l’anno 2026.
Testo critico e Presentazione
di Marco Tarsetti
L’INFINITO
LIMITE DELLO SGUARDO - GLI
ORIZZONTI DI VALERIO VALERI
Il
paesaggio fa la sua apparizione nella storia dell’arte
relativamente tardi: dobbiamo aspettare Giotto e Ambrogio Lorenzetti
per vedere le figure umane lasciare i fondi oro bizantini per entrare
in paesaggi terreni, e si dovrà aspettare ancor oltre, al Sette e
Ottocento, per vederlo diventare un genere dotato di autonomia. Ma è
davvero così? Il paesaggio come spazio abitato, o anche solo
accarezzato dal nostro sguardo, non è forse sempre in relazione con
l’uomo, che lo osserva o lo abita?
In
questo senso l’orizzonte è lo snodo reale e simbolico del nostro
rapporto col paesaggio, al contempo fine del nostro campo visivo,
oltre il quale lo sguardo non può andare, e promessa immaginifica e
simbolica di ciò che si trova oltre.
A
questo tema, con la sua ricchezza espressiva, è dedicata la mostra
di Valerio Valeri.
L’orizzonte
è insieme limite e promessa d’infinito: Valerio stesso ha definito
l’orizzonte come l’ignoto che osservo da dove conosco.
Questo
pensiero è molto affascinante, e direi leopardiano: il grande
Giacomo ne L’Infinito utilizza il limite dello sguardo, la siepe
che addirittura gli nega la vista stessa dell’orizzonte, come
stimolo per la fantasia a figurare l’infinito e l’assoluto al di
là di quel limite.
Questo
pensiero di superamento del limite trova una straordinaria resa,
icastica e poetica, in quelle opere dove la linea di metallo
dell’orizzonte si estende oltre la cornice. Lo sguardo supera i
suoi limiti con la fantasia: come scrive anche Giuliana Pascucci in
questo catalogo, l’orizzonte “si espande oltre il visibile”,
oltre la cornice e oltre i limiti del pensiero e dell’immaginazione.
Trovo
che questo rapporto con il paesaggio sia squisitamente marchigiano:
la nostra regione è caratterizzata da quello che viene definito
“paesaggio antropizzato”, modellato dall’agricoltura, dolce,
rassicurante, eppure vario, sconfinato, multiforme, aperto. Qui
paesaggio e poesia corrispondono: per dirla con le parole di Carlo Bo
«non solo in Leopardi troviamo questo tipo di scarto per cui
dall’umile realtà quotidiana si salta alle domande assolute sulla
nostra identità segreta, direi che lo stesso paesaggio rispetti
questo doppio registro».
Tale
straordinaria tradizione artistica, che vede le Marche “sospese
dentro un’idea di poesia quanto mai libera” (sempre con Bo), ha
in Valerio un erede attento e raffinato. Le sue opere lavorano sul
paesaggio, trasformando l’orizzonte in segno e così sancendo il
passaggio dalla figura all’astrazione; non solo: le sue opere
pubbliche, presenti in molte città delle Marche, dialogano
direttamente con quell’orizzonte che ne è ispirazione.
La
genealogia, dichiarata, dei maestri con cui si è confrontato Valerio
– fra tutti Edgardo Mannucci, Umberto Peschi e Valeriano Trubbiani
– esprime bene questo legame con la propria terra da cui
germogliano i semi della sperimentazione basata sul fare.
Valerio
ama il metallo, che nelle sue mani sapienti si piega e genera
meraviglie: il rapporto tra materia e segno nasce da questa ricerca
che muove dalla realtà alla visione, in un progressivo avanzare
verso l’essenziale.
L’orizzonte
è una linea: questa sua identità grafica è esaltata nelle opere in
mostra, con variazioni sul tema come nei cicli Dall’alba al
tramonto o i paesaggi in nero.
Gli
Orizzonti sono un tema ricorrente, declinati in numerose varianti
(come i “Sestanti”) che arrivano fino a quella idea visiva
straordinaria che sono gli “Orizzonti verticali”, totale
ribaltamento sia percettivo che concettuale.
Le
linee, fatte di tubolari, diventano concrezioni, montagne, che si
plasmano nel metallo ed espandono nello spazio, creando orografie
fantastiche e concrete. Il segno, all’apparenza leggero, aereo,
plasma la materia dura e pesante del metallo, in uno strepitoso
inganno percettivo.
Quelle
di Valerio sono sculture grafiche: dalla grafica, fondamentale nella
sua ricerca, le sculture prendono l’apparenza leggera della
struttura, la tensione del tratto, la finezza del segno, e
soprattutto la capacità di restare fedeli alla resa dell’idea.
Testo di Giuliana Pascucci
Orizzonti sempre fissi e in movimento. Materia, segno e visioni
di Valerio Valeri
Nella ricerca di
Valerio Valeri, l’orizzonte si configura come principio dinamico,
una soglia vitale in cui percezione e riflessione, forma e
trasformazione si incontrano e si fondono. Lungi dall’essere un
limite, esso si manifesta come forza generativa, come campo di
propulsione verso la materia che si fa linguaggio, mentre la visione
si struttura in forma. Per l’artista l’impalpabile linea di
separazione tra il cielo e la terra diventa la metafora del vedere e
dell’essere: un confine mobile e mutevole che riflette la fluidità
del reale e la perenne metamorfosi della conoscenza. Le sue opere,
strutturate secondo una logica di movimento e circolarità, nascono
dall’esigenza di rendere visibile il dinamismo costitutivo delle
forme.
Ogni lavoro assume i
contorni di un organismo plastico in tensione, in cui linee,
curvature e volumi si articolano secondo un ritmo interno capace di
trasmettere energia e respiro. La dinamicità non è solo evocata, ma
insita nel cuore stesso della forma: la materia, modellata o incisa,
vibra sotto la luce, trasformandosi in superficie cangiante e in
spazio da percorrere con lo sguardo. Materia e segno sono elementi
inseparabili di un unico processo creativo: il segno nasce dalla
materia e ne asseconda la vitalità intrinseca, diventando traccia
visibile di un concetto in espansione. Pietra, ferro, bronzo, legno e
stoffa non sono strumenti inerti, ma presenze che custodiscono una
memoria, un tempo interno. In essi si condensa l’idea di una forma
viva, che si trasforma, opponendosi alla staticità e costruendo il
proprio equilibrio nel dialogo tra forze contrastanti.
Questa riflessione
si estende alla sua produzione grafica: disegni, stampe e incisioni
costituiscono il contrappunto intimo e meditativo alla monumentalità
delle sculture. Sulla carta, l’artista concentra il gesto in una
dimensione raccolta, restituendo in scala ridotta la stessa tensione
strutturale che anima le grandi opere tridimensionali. Il piccolo
formato assume così il valore di un laboratorio della visione, un
orizzonte in miniatura dove la mano anticipa e sintetizza l’imponenza
della materia. La superficie della carta, fragile e densa al tempo
stesso, accoglie le stesse tensioni che attraversano il bronzo, il
ferro o la pietra, trasformandosi in suoni, voci e poesia.
L’allestimento
delle opere si configura come una partitura spaziale, in cui ogni
elemento stabilisce un dialogo attivo con l’ambiente e con lo
sguardo del visitatore. Il rapporto con lo spazio espositivo diventa
per Valeri un terreno di confronto e di invenzione, una sorta di
partita a scacchi in cui ogni forma ridefinisce continuamente i
confini percettivi. La disposizione delle opere non risponde a una
logica statica, ma si costruisce come esperienza immersiva: lo
spettatore è invitato a muoversi, a misurare la distanza, a
lasciarsi guidare dal ritmo delle forme e dal loro equilibrio
instabile. L’intero ambiente diventa così parte viva del
linguaggio scultoreo, componente essenziale del processo percettivo
e concettuale che l’artista mette in atto. La poetica di Valeri,
oscillante tra la fissità e il movimento, si distingue per la
capacità di unire rigore costruttivo e sensibilità visionaria,
incarnando una visione che non si arresta nella materia ma la
attraversa, trasformando la solidità in ritmo e la forma in tempo.
L’orizzonte diviene così il luogo d’incontro tra visione e
realtà, tra permanenza e mutamento: uno spazio che si espande oltre
il visibile, dove l’arte continua a muoversi, a interrogare e a
respirare.
Biografia di Valerio Valeri - Ancona, 1950
Diplomatosi all'Istituto d'Arte “Edgardo Mannucci” della sua città e successivamente all'Accademia di Belle Arti di Macerata, l’opera di Valeri è rivolta specialmente al ferro, ai metalli, talvolta anche nobilissimi per inserti minimi, ma preziosi, di cui conosce intimamente le potenzialità fisiche e le capacità evocative della materia. Per l’artista, che ricerca il movimento attraverso il dinamismo strutturale delle forme, “il lavoro è come una scala ascendente di pesi e contrappesi”, mentre la luce è catturata in modo che le forme tridimensionali diventino quasi lineari, come se lo spazio fosse creato anche attraverso l’illusione e quindi anche con un appello all’immaginazione. L’artista racconta la materia con un linguaggio artigiano e culturale cesellando orizzonti, grafismi, barche e sestanti con un equilibrio tra visione razionale e astrazione ideale, in stretto rapporto con la materia, evocando simboli ancestrali e figure oltre il reale. Ha partecipato a numerose esposizioni in Italia e all'estero, ottenendo lusinghieri riconoscimenti. Le sue opere sono in collezioni private e pubbliche.
Hanno scritto di lui: Carlo Melloni, Vittorio Brandi Rubio, Piero Alberto Tulli, Ada Patrizia Fiorillo, Paola Calafati, Andrea Zega, Armando Ginesi, Giulio Angelucci, Marilena Pasquali, Umberto Peschi, Bruno Cantarini, Enrico Crispolti, Massimo Bignardi, Anna Caterina Toni, Mario Falessi, Lucio Del Gobbo, Paolo Centioni, Roberta Ruggeri, Virgì Bonifazi, Laura Trovellesi , Elverio Maurizi, Massimo De Nardo, Vitaliano Angelini, Francesca Jacopini , Gabriele Bevilacqua, Eliana Lucci, Andrea Socrati, Hermas Ercoli, Nunzio Giustozzi, Alvaro Valentini, Nicoletta Rosetti, Francesco Maria Orsolini. Daniele Taddei , Massimo Raffaeli , Giuliana Pascucci e Marco Tarsetti.
(sito www.valerivalerio.it - mail valeriovaleri2@alice.it)